Venerdì 15 Dicembre 2017
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Pubblicato il 06 febbraio 2013 da Marco Berni 0

Viaggio Nel Grande Nord

Articolo di Leonardo Soresi pubblicato su “Spirito Trail” di Aprile 2012

Immaginate una gara dove le distanze si misurano non in migliaia di metri ma in migliaia di chilometri. Una corsa dove i tempi di percorrenza non si misurano in secondi, minuti, ore, ma in giorni. Una competizione che si svolge in pieno inverno, quando la temperatura scende fino a -40°C e agli atleti può capitare di trovarsi inghiottiti dal white-out, la tormenta bianca che scaraventa addosso ghiaccio e neve, in cui non si vede nulla e non si capisce nemmeno più se si sta andando avanti o tornando sui propri passi.
Una gara in cui ad accompagnare i concorrenti non ci sono gli applausi del pubblico, ma solo gli ululati dei lupi. Insomma, provate ad immaginare una gara… IMPOSSIBILE!
Questa gara che avete immaginato, esiste: si chiama Iditarod e si corre ogni inverno in alaska: 1.800 km di marcia forzata nella neve, 46 maratone una dopo l’altra, trascinando una slitta di sopravvivenza, attraverso le montagne e i fiumi gelati del Grande Nord, su fino alle baie ghiacciate dello Stretto di Bering.

La Storia


La storia della Iditarod inizia il 21 gennaio del 1925, quando il dott. Welch diagnosticò un’epidemia di difterite che si stava diffondendo nella città di Nome, nell’estremo nord dell’Alaska. Nome, “la città dalle spiagge d’oro”, come fu chiamata dai cercatori d’oro che alla fine dell’ottocento trovarono una grande quantità di pepite sulla costa, si affaccia sul mare di Bering e d’inverno è raggiungibile solo in aereo.
Quell’inverno però gli unici due aerei disponibili erano stati smontati e “parcheggiati” in un magazzino di Fairbanks. Il governatore dell’Alaska, Scott. C. Bome, pur tra pareri contrastanti, decise allora di servirsi delle slitte trainate da mute di cani. Leonhard Seppala, pioniere nell’allevamento dei Siberian Husky in America, nonché il più grande musher dell’epoca, organizzò una staffetta di slitte: ognuno dei villaggi dislocati lungo la pista tra Nome e Anchorage offrì l’equipaggio migliore di cui disponeva. In tutto, parteciparono al trasporto 20 mushers e più di cento cani, che si avvicendarono giorno e notte, senza interruzione. Tutti gli staffettisti percorsero una distanza compresa tra le 30 e le 50 miglia: Seppala percorse invece più di 160 km senza sosta, attraversando la terribile baia di Norton, dove fu sorpreso da una violentissima tempesta a 40 gradi sotto lo zero. All’epoca non esistevano GPS: fu solo l’istinto animale del suo grande capo muta, Togo, che gli permise di ritrovare la strada in mezzo al white-out. Il due febbraio 1925 l’ultimo staffettista, il norvegese Gunnar Kaassen, con l’aiuto dell’altro grande capo muta Balto, entrò a Nome, salvando centinaia di vite. Vennero percorse 674 miglia (più di 1.000 km) in 127 ore e mezza, cinque giorni e mezzo di viaggio ad una temperatura media di 30 gradi sotto lo zero. Per dare l’idea dell’impresa compiuta basti pensare che solitamente le staffette di slitte delle poste americane impiegavano 25 giorni per compiere lo stesso tragitto!
Quell’impresa passò alla storia come Serum Run, la Corsa del Siero, ma con l’avvento delle motoslitte, le tradizionali sled dogs, slitte trainate dai cani, finirono quasi per scomparire. Nel 1967 Dorothy Page, presidentessa del comitato per festeggiare il centesimo anniversario dell’acquisto dell’Alaska dalla Russia, ebbe l’idea di organizzare una gara per slitte per commemorare la Serum Run. Le prime edizioni vennero corse su un percorso ridotto, poi nel 1973 grazie all’aiuto dell’esercito e di alcuni sponsor venne dato il via alla più grande competizione di sled dogs del mondo, l’Iditarod, su un percorso di 1049 miglia! Il numero era simbolico perché l’Alaska è il 49° stato americano, e per scopi commerciali la partenza fu spostata da Nenana alla più importante e popolosa Anchorage.
La gara, soprannominata “L’ultima grande corsa della Terra”, si snoda per 1.800 km di tundra, fiumi e laghi gelati, passi e gole sommersi di neve dell’Alaska Range, la catena montuosa dominata dal McKinley, la montagna più alta del Nord America. Negli anni pari il percorso segue la Variante Nord, attraversando distretti di antiche miniere, mentre negli anni dispari la Variante Sud.
Nel 1987 Dan Bull ebbe l’idea di creare la Iditabike, solo per ciclisti, che ricalcava le prime 100 miglia della Iditarod, mentre nel 1991 nacque la Iditasport, lunga 200 km, a cui potevano partecipare corridori, ciclisti o sciatori. Visto il successo gli organizzatori ebbero l’idea di affiancare una gara più lunga, di 560 km da Knik a McGrath, che venne chiamata Iditasport Extreme. Alla fine degli anni ’90 Dan Bull decise, non senza essere considerato un folle, di organizzare la Iditasport Impossible, che ripercorreva integralmente tutti i 1.800 km della Iditarod. “Non abbiamo nessuna idea di cosa succederà, ma vogliamo fare una prova” disse Bull, che incarnava alla perfezione lo spirito pionieristico, un po’ folle ed esasperato, degli americani.

Dizionario Della Iditarod


Musher: è il conducente di una muta di cani da slitta. L’origine del nome deriva dal fatto che, per far avanzare gli animali, il musher utilizza il termine inglese mush(avanti, in italiano).
White-out (o “incubo bianco”): è una condizione atmosferica in cui la visibilità è ridotta al minimo a causa della neve. In una condizione di white-out si perdono tutti i punti di riferimento ed è molto difficile orientarsi.
Overflow: situazione in cui l’acqua che scorre sotto i fiumi ghiacciati risale alla superficie attraverso spaccature del ghiaccio.

Roberto Ghidoni


Roberto Ghidoni è un’autentica leggenda nella storia della Iditarod. E’ stato l’unico uomo ad averla vinta per cinque anni di seguito, dal 2001 al 2005. Gli inuit eschimesi lo hanno soprannominato “Lupo che corre”, mentre giornali e notiziari americani gli hanno affibbiato il soprannome “The Italian Moose”, l’Alce Italiano, per la sua imponenza (Roberto è alto poco meno di due metri e ha il 49 di piede).
Ghidoni è un mito nel mondo delle avventure estreme, ma la sua riservatezza ha impedito che le sue vittorie arrivassero al grande pubblico: pur non essendo ricco, cinque anni fa non ha esitato un attimo a rimandare al mittente un invito a partecipare all’Isola dei Famosi. E non poteva essere altrimenti per un uomo che è quanto di più lontano ci possa essere dall’atleta ipervitaminizzato e costruito in laboratorio: di professione fa il contadino, ma “contadino di montagna” come ama dire lui. Cresciuto a Milano, vi è fuggito all’età di 22 anni, per trasferirsi a Ludizzo di Bovegno, piccolo borgo della Val Trompia. Da un giorno all’altro è passato da un’aula della facoltà di ingegneria ad una stalla: è stata questa la sua prima, grande avventura.
Da questa vita di contadino Roberto ha imparato ad abituarsi alla fatica, alle intemperie, alle lunghe ore di sforzo continuo, tutte caratteristiche che gli sono poi servite, oltre vent’anni dopo, alla Iditarod per sbaragliare affermati atleti provenienti dai quattro angoli del mondo.
All’età di 47 anni Ghidoni si lascia incantare da un nome – Alaska – proprio come i bambini che si innamorano dei nomi sulle carte geografiche. Il richiamo di quelle solitudini gelate è talmente forte che Roberto non si lascia scoraggiare da nulla, nemmeno dal fatto che, per la prima volta in vita sua, deve prendere un aereo. Il richiamo del Grande Nord, come lo chiamava Jack London, è troppo forte per non ascoltarlo. E proprio il grande Jack London sembra aver trovato le parole giuste per descrivere la smania che agita Roberto quando arriva l’inverno e il profumo della neve d’Alaska gli ritorna ancora nelle narici: “Loro sono come pazzi, continuano ad andare avanti. Perché fanno questo? Non lo so. Ma fanno così. Cosa cercano? Non lo so… ma non faccio più domande. Anch’io vado avanti e continuo perché troppo forte è il desiderio di raggiungere”.

Hanno Detto


“La cosa che più mi disturbò era che il record di Togo fu assegnato a Balto, un cane poco valido, che fu portato alla ribalta e reso immortale. Era più di quanto potessi sopportare quando Balto, il cane della stampa, ricevette per la sua ‘gloriosa impresa’ una statua che lo raffigurava con i colori di Togo e con l’affermazione che lui aveva portato Amundsen a Point Barrow e per una parte del percorso verso il polo, mentre non si era mai allontanato per più di duecento miglia a Nord di Nome! Avendogli attribuito i record di Togo, Balto si affermò come ‘il più grande leader da corsa in Alaska’ anche se non aveva mai fatto parte di un team vincente! Lo so perché io ero il padrone ed avevo cresciuto sia Balto che Togo”. Leonhard Seppala, il musher che partecipò alla Serum Run del 1925.

“Ancora non è morto nessuno, ma questa è la corsa più pazza a cui parteciperete. In questa corsa non ci sono certezze, non sapete che meteo incontrerete, non sapete che terreno calpesterete, non sapete quanto tempo impiegherete, E’ un periodo della vostra vita di sole incertezze e nessuna certezza. Buona corsa”. Dan Bull, inventore della Iditasport Impossible, alla presentazione della gara nel 2001.

“Di nuovo mi trovai dentro a un inferno bianco, fra l’altro su un tracciato durissimo, fatto di continue salite e discese. In quell’allucinante tormenta le raffiche mi spingevano via come se fossi una foglia, come se non avessi più gravita”. Roberto Ghidoni

“You’re an animal, no man!” – “Sei un animale, non un uomo!” Parole dette da Martin Buser, recordman della Iditarod Sled Dog Race a Roberto Ghidoni, quando lo vide arrivare a Nome.

“Questa gara è senza dubbio l’esperienza più dura che ho mai affrontato, sia in termini di forza fisica, resilienza e caparbietà nello spingere fino al traguardo. L’aspetto mentale ed emozionale, assieme alla possibilità di esplorare me stesso, i miei limiti e le mie debolezze sono gli elementi che rendono questa sfida così affascinante”. Geoff Roes

“Una cosa ho imparato: arrivare fino al traguardo è facoltativo, ma tornare a casa è obbligatorio”. Marco Berni

“E’ veramente pazzesco, stiamo faticando come non mai per andare avanti, ho persino perso il conto dei giorni. Con Eris abbiamo superato colline, foreste, fiumi, tundre, luoghi dai paesaggi stupendi. Momenti di grande euforia si sono alternati a momenti di crisi, ieri ci siamo trovati su di un immenso pianoro dove regnava solamente la neve. Nessun segnale, nessuna traccia, unica cosa un fortissimo vento gelido che spazzava tutto e… nessuno, solo noi due”. Maurizio Doro durante la Iditarod Impossible del 2001 con Eris Zama.

“La sofferenza? Sì, l’Alaska me ne ha data tanta di sofferenza e ogni volta è stato come perdermi e ritrovarmi, morire e rinascere, ritornare bambino, pulito, una catarsi. Ho spostato i miei limiti di sopportazione, ma forse la sofferenza è tale proprio perché ci tocca nei punti dove non siamo ancora maturi e forse è per quello che attraverso quei patimenti mi sono sentito crescere, arricchire nello spirito e nel corpo”. Roberto Ghidoni

“L’Iditarod è soprattutto una questione di fiducia in se stessi, spirito di adattamento e senso dell’umorismo… e sì, anche un po’ di forza fisica”. Rocky Reifenstuhl, un veterano della gara Iditarod con 21 partecipazioni e 7 vittorie.

“Quello che passava nel sottile cono della mia lampada frontale era il mio intero mondo. Non esisteva futuro, né passato, solo il presente”. Libby Riddles, la prima donna ad aver vinto la Iditarod Sled Dog Race.

“67 kg di peso, 190 cm di altezza. In pratica sono un incrocio tra un fantino e un giocatore di basket. Quando confidai a Roberto Ghidoni che volevo partecipare alla gara mi disse: ‘Sarà dura. Molto Dura’”. Marco Berni

L’Iditarod 2012


Questa edizione della Iditarod Trail Invitational passerà alla storia come una delle più dure nella storia della gara: su 47 partenti, soltanto 18 atleti sono arrivati al traguardo. Per i primi quattro giorni le condizioni meteo sono state proibitive e per le stesse motoslitte era difficile passare per “battere” il trail. La vittoria è andata ancora una volta al biker Peter Basinger, che raggiunge quota sei successi dopo quelli del 2005, 2006, 2007, 2010, e 2011. Per dare l’idea della durezza di questo percorso basta pensare che il tempo migliore fatto registrare da Basinger è stato di 3 giorni, 5 ore 40 minuti nel 2007: quest’anno invece per arrivare al traguardo di McGrath ha impiegato 6 giorni e 15 ore! Un’edizione talmente difficile che nessuno dei concorrenti ha scelto di proseguire verso Nome, preferendo fermarsi al traguardo intermedio di McGrath.
Per la prima volta nella storia delle competizione quest’anno ha rischiato di vincere un runner: per i primi tre giorni di gara è stato in testa Tim Hewitt, un veterano della gara che è arrivato al traguardo finale di Nome già 6 volte, mentre per i due giorni successivi la classifica è stata guidata da Geoff Roes, recordman della Western States. Con il miglioramento delle condizioni atmosferiche però non c’è stato niente da fare e le bici hanno volato sulle ultime 60 miglia del percorso recuperando lo svantaggio accumulato nei primi giorni.
Questa edizione verrà poi ricordata per il gran numero di finisher italiani, ben cinque: Dario Valsesia (6° assoluto), Roberto Gazzoli, Cesare Ornati, Ausilia Vistarini e Sebastiano Favaro. Un plauso anche alla prova di Andrea Cavagnet, nella categoria sciatori, che si è ritirato al Rainy Pass Lodge dopo essere stato nelle posizioni da podio per oltre 200 miglia.

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