Venerdì 15 Dicembre 2017
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Pubblicato il 06 febbraio 2013 da Marco Berni 0

Raccolta di articoli sull’Iditarod Trail Invitational del 2006

lditarod, Marco Berni taglia il traguardo dei 1800 Km


di Tonino Zana

«Marco è arrivato. Ce l’ha fatta. Ha due dita congelate, ma verrà a star bene presto. Torna in Italia venerdì. Alle 7,30 andiamo a prenderlo alla Malpensa».
Mara, la sorella di Marco Berni grida al telefono.
Marco, dopo 30 giorni di marcia tra la neve e i ghiacciai dell’Alaska, ha tagliato il traguardo di Nome, mille e 800 chilometri dalla partenza, da quell’avamposto di Anchorage che si chiama Knick, somma di tre igloo con 50 spettatori venuti dal mondo in un deserto bianco.
Marco Berni ce l’ha fatta. Ha tagliato il traguardo dei 525 chilometri, la gara ufficiale e quindi ha deciso di inoltrarsi nel ventre dell’avventura, lui e un olandese, mentre gli altri 50 atleti si sono persi, ritirati, in parte nella prima fase del tragitto, in parte nella seconda.
Un bresciano e un olandese in mezzo alle bufere, alle notti a meno 50 gradi sottozero, condotti per mano dai fantasmi degli indiani che vissero questi luoghi con un istinto primordiale, che sputa in faccia alla razionalità, al quieto vivere delle nostre latitudini.
Mediamente, ha percorso 60 km al giorno, nelle paludi della neve, sui monti invisibili, scoperti per cedimenti inguinali.
Qualche giorno fa, Riccardo Ghirardi, l’altro bresciano della Iditarod, ritirato per una caduta, anche lui con un congelamento, è venuto a trovarci. Gli leggevi un po’ di tristezza, preoccupato per Marco Berni. Non si sapeva dove fosse, si pensava girasse a vuoto. La perdita dell’orientamento è uno dei maggiori pericoli.
L’abbiamo ringraziato del buon orgoglio, della bella tempra. Abbiamo incrociato le dita, appuntamento per la festa di Marco Berni e per la sua. C’è un traguardo fisico e un traguardo morale. Di sicuro, Ghirardi s’è aggiudicato un posto sul podio.
La notizia, ieri, s’è diffusa velocemente. Oggi, Internet mette tutti in fila in pochi minuti. In tanti siamo in fila ad attendere Marco Berni. Dovrebbe arrivare intorno alle 10 di domani. Entrerà nella sala del suo ristorante, il Verdementa e non gli sembrerà per niente vero di essere stato tra i tavoli degli orsi e dei lupi, dove si servono visioni in agrodolce e allucinazioni roventi alla piastra. Quest’anno e negli anni che verranno racconterà, per molti giorni e per molte notti, ai tanti amici e ai tanti clienti, di come s’era perduto intorno agli 800 chilometri e come gli era riapparso il sentiero e il caldo gli era entrato nelle vene. Del momento in cui, là in fondo, un pugno di puntini scuri erano apparsi.
Aveva pensato che fossero le mosche agli occhi della bassa pressione. Invece erano alaskiani: applaudivano come dei matti, saltavano di gioia.

Berni vince la sfida dei 1870 km


Dal Giornale di Brescia del 5 Aprile 2006

Eccolo, Marco Berni, 39 anni, bresciano, 65 chili portati su un’altezza intorno all’1 e 90, trasportati per 1.870 chilometri in Alaska, nella massacrante Iditarod, superata in Italia soltanto dal gigante Roberto Ghidoni. Ora da lui, ristoratore al VerdeMenta, in Contrada Santa Croce.
Loro due e altri 6 al mondo, quindi il vuoto. Una battaglia di ghiaccio e nel ghiaccio ti lascia cicatrici. Berni ha una benda verde sul pollice della mano sinistra, l’altro pollice ha ripreso la sensibilità, pochi formicolii ancora al piede sinistro. Il naso è spellato per via di un chiarore di vento bianco a 40 chilometri orari.
«Dicendo subito – precisa Marco Berni – che tra me, noi tutti al mondo e Ghidoni c’è un abisso. Ghidoni mi ha chiamato subito, s’è complimentato. Ghidoni non si può definire. Soltanto l’amicizia con Roberto e la sua famiglia, con la moglie Vanna e la figlia Ginevra mi hanno permesso di concludere questa Iditarod. Ghidoni l’ho sentito fisicamente vicino, sempre più nei momenti di sconforto, quando sei convinto di non avanzare, di essere fermo. Oppure la notte. Mi è capitato di muovermi nel mio sacco a pelo, come a far posto a qualcuno».
Marco Berni forse temeva di lasciare nella neve la sua adorazione per Ghidoni. Perciò si scostava, gli faceva posto. Il suo totem lo vegliava.
Gli sono rimasti infossati due occhi azzurri chiari e uno spaesamento per il sonno a meno 40, consumato in un bosco di betulle di 100 chilometri, sotto il vento di 40 miglia all’ora, passando lentissimamente un fiume, lo Yukon, di cui non vedi gli argini, largo 3 giorni di cammino, quando sei un punto, ti pare di essere immobile, di non andare nè avanti nè indietro, con ciaspole o al massimo racchette, 200 chilometri.
Un fiume da qui a Pontedilegno e ritorno. «E un lago grosso come il lago d’Iseo».
Sentite questa considerazione di Marco Berni, tratta dal racconto di ore di ghiaccio, da membra congelate, dicevamo di due pollici feriti, di un piede formicolante, un capitolo riassunto in una sestina poetica.
Ricorda e racconta: «Una notte ho spento la pila frontale. Vedevo le stelle fino all’orizzonte, a raso, l’aurora boreale mi attraversava il corpo. Non sono mai stato così bene».
In 3 hanno spinto Marco Berni. Anzi, in 4. E’ stato il trucco, la chiave della resistenza. «Dietro devi avere la sicurezza – dice Marco Berni -, la pace della tua famiglia. Non fai un passo con una preoccupazione in famiglia. Li sentivo accanto a me, uniti, come sempre».
Lo zaino era pieno di 3 litri d’acqua, di torrone e frutta secca, cioccolato e salmone affumicato, croccante e burro a panetti da un etto. Le calorie strategiche provenivano dalla formazione familiare, dalle preghiere sicure della signora Francesca, sua madre, dall’eredità della passione montanara del padre Luciano, dall’ottimismo amorevole di Mara, la sorella, certamente dall’amore di Silvana, la compagna della vita. «Non vai da nessuna parte – spiega Marco Berni – senza degli affetti alle spalle».
Durante le soste nei villaggi di 150 anime, sapete dove dormiva il nostro camminatore? Dormiva in una classe o in una palestra.
«I paesi sono piccoli – ricorda Berni – le case modeste. Mi ospitavano nelle scuole del paese. Sono scuole migliori delle nostre, con aule tecnologiche, video, palestre perfette. Dormivo poco a causa della curiosità dei bambini. Ti facevano 100 domande in una notte e alle 8 ripartivo per fermarmi alle 20: 30 giorni e 21 ore per 1.870 chilometri».
«Prima di White Mountain incontro una motoslitta. Si ferma. Un uomo e una donna mi riconoscono. Mi mostrano una fotografia dove abitano, mi ospitano per la notte».
A metà strada, a 900 chilometri, nel punto di non ritorno, Marco non sente i pollici, un piede si imbambola. “Cammina con 8 dita”. Piccola delusione per lo sciopero degli animali. Dice: «Vedo poche pernici e lepri bianche, un gufo, qualche corvo e una volpe. Alci zero, lupi quasi zero». Il terrore di star fermi, di camminare a vuoto, su un tapis roulant, è la montagna immaginaria da conquistare.
La gara la vinci con la testa, l’arrivo s’immagina molto prima, si piange a centinaia di chilometri di distanza e quando ti trovi li, a portata di mano, l’arco di trionfo mobile, spostato per la gara in mezzo alla strada e poi rimosso subito appena conclusa, non capisci bene cosa ti accade. I clacson di qualche auto di Nome sono il rumore della festa. È mercoledì 29 marzo, ore 11.
«Due giorni dopo – spiega Marco Berni – sono in Italia, in mattinata a Brescia. Mercoledì a Nome, venerdì a Brescia, questo è il distacco incolmabile». L’olandese con cui ha condiviso la vittoria, gli ha scritto una lettera e regalato una maglietta.

Grazie anche dall’India


dal Giornale di Brescia del 5 Aprile 2006

Marco Berni è festeggiato da tutti. L’impresa non ha colore, anzi l’impresa stempera le tensioni, unisce. Ricordate la non tanto leggenda di Bartali, che vince al Tour nel 1948 e contribuisce ad acquetare le giornate italiane, agitate per l’attentato a Togliatti?
Grazie a Dio non ci sono attentati in giro, però Marco Berni riceve lo stesso plauso dal sindaco di Brescia, Paolo Corsini, dalla municipalità di Monticelli, dove vive, dall’Amministrazione provinciale di Brescia. Domani, alle 17, Marco Berni sarà premiato dall’assessore provinciale allo Sport, Alessandro Sala, nella sede di via Milano.
Lo festeggia, pure, il dott. Marco Rosa, medico del Marathon. Lo segue da 3 anni, è lui a misurare la sfida preventivamente. Il dott. Rosa riceve la gratitudine di Marco: «Lo può scrivere, per favore, questo grazie al dott. Rosa?».
Il grazie più lontano viene dall’India del Nord, dall’Aaz, «Aiuto allo Zanskar». Marco Berni devolve quanto racimola con queste gare, nelle serate dei prossimi giorni – lunedì sarà a Rho – per le adozioni a distanza dei bambini della scuola indiana. Dunque, i 1.870 chilometri di Marco, sono tracce di tenerezza.
Oggi sappiamo, crudelmente, quanto la via per la difesa dell’infanzia sia lastricata di schegge di ghiaccio.

La Provincia premia quattro campioni


Articolo di Franco Armocida del 7 Aprile 2006

Consegnati ieri presso l’Assessorato allo sport della Provincia quattro premi ad altrettanti sportivi bresciani che si sono distinti a livello nazionale ed internazionale. I riconoscimenti sono andati a Marco Berni, residente a Monticelli Brusati, che ha corso l’Iditarod, la massacrante competizione che si svolge ogni anno in Alaska in condizioni estreme; ad Eugenia Salvi, di Montichiari, arciere capolista nelle graduatorie italiane, il cui nome figura fra le migliori 10 della ranking-list mondiale; a Giuseppe Bosetti, ciclista che negli anni ’50-’55 si distinse quale migliore ciclista bresciano ed alla diciottenne Elena Moretti, cui il judo nazionale guarda con particolare attenzione per l’appuntamento olimpico di Pechino.
L’assessore provinciale Alessandro Sala, nel consegnare le medaglie, ha sottolineato come «questi atleti siano esempi straordinari di un modo di essere uomini, nonchè traccia educativa per tutti i giovani», mentre il presidente dell’Amministrazione provinciale, Alberto Cavalli, ha posto l’accento «sulla non casualità della scelta dei premiati. Una mamma, una signorina, un uomo legato al ricordo ed un giovane che ha compiuto uno straordinario gesto atletico. Questo significa – ha continuato Cavalli – che gli sportivi, a tutte le età ed in ogni disciplina, sono un modello, perché i risultati sono anzitutto sacrificio ed osservanza delle regole, non solo sportive».
Marco Berni, nel ringraziare per il riconoscimento ricevuto, ha detto: «Ogni volta che un giovane mi avvicina per saperne di più, rinnova in me il senso di vittoria e questo è motivo di orgoglio e soddisfazione». Sono solo otto gli atleti, nel mondo, che, nella storia dell’Iditarod, hanno percorso a piedi, tra i ghiacci, i 1.870 chilometri del percorso. Tra costoro solo due italiani: i bresciani Marco Berni e Roberto Ghidoni.
Per quanto riguarda la giovane judoka, Franco Capelletti, presidente della Federazione nazionale judo, ha sottolineato che «Elena negli ultimi quattro anni, in Italia ed all’estero, è sempre salita sul podio e spesso per l’oro. Sa soffrire. In settembre poi, proprio a Brescia, si giocherà uno dei due posti di categoria nelle selezioni dei P.c. (probabili olimpici) per Pechino 2008».
Eugenia Salvi, mamma di due figli di 19 e 22 anni, ha iniziato l’attività arcieristica nel 1998 ed il suo palmares è di tutto rilievo, ricco, soprattutto negli ultimi tre anni, di primi posti, sia individuali sia a squadra, corredati da numerosi record italiani ed europei.
Giuseppe Bosetti ha raccontato di avere il rammarico di non aver stretto i denti abbastanza, ma «erano altri tempi – ha detto – ed essere ancora ricordato oggi mi rende davvero felice».

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