Lunedì 25 Settembre 2017
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Pubblicato il 06 febbraio 2013 da Marco Berni 0

Marco Berni: un pellegrino in Alaska

Intervista a Marco di Miriam Martini, pubblicata sul “Giornale di Gussago e Franciacorta” di Gennaio 2012

Alcune conoscenze mi consigliano, per il giornale, un’intervista a Marco Berni, che per ben cinque volte ha affrontato l’Iditarod Trail Invitational, un percorso di 1.770 km attraverso le terre dell’Alaska.
La sfida è affrontare lo storico tracciato da Knik Lake, lago ghiacciato nelle vicinanze di Anchorage, a Nome, che fu percorso da cani da slitta con i medicinali per l’epidemia di difterite, che aveva colpito la piccola cittadina statunitense. A questa gara di sport estremo possono partecipare solo 50 atleti, provenienti da tutto il mondo e possono effettuare il percorso in mountain bike, con gli sci o a piedi. L’atleta di Monticelli l’ha sempre compiuto a piedi.
Marco Berni ha 45 anni, è sposato e vive a Monticelli Brusati. È proprietario con la sorella di un Bar in centro a Brescia, il Verde Menta, in contrada Santa Croce.
L’uomo entra in redazione e saluta subito con cordialità. Viste le imprese ci si aspetterebbe un colosso dai modi sicuri, forse un po’ irruenti, e invece Marco è gentile e amichevole, una persona alla mano che mette subito l’interlocutore a proprio agio.
Con semplicità e naturalezza, Marco comincia a parlare della propria avventura, in realtà delle proprie avventure, senza seguire la traccia delle domande, ma in un dialogo sciolto che permette miei interventi e commenti.
Stiamo parlando da poco e subito mi colpisce una sua affermazione: «alla natura bisogna chiedere il permesso, non si deve andare con la boria che spesso ha l’uomo di dominarla». Dalle sue parole trapelano immediatamente un grande amore per la Natura e un grande rispetto, sentimenti ispirati in lui fin da bambino dai genitori, in particolare dal padre. È stato proprio questo grande amore la molla per intraprendere questo cammino nel gelo boreale: «Ho visto molti atleti più in forma e preparati di me, che hanno affrontato questa gara con lo spirito sbagliato e hanno fallito nell’impresa».
Marco ci fa capire che il percorso attraverso la natura incontaminata non è da vincere, ma da vivere, e questo suo atteggiamento, così umile di fronte alla maestosità della Natura, mi suggerisce l’atteggiamento di un Pellegrino in cammino per imparare e non quello di un avventuriero alla conquista di un premio.
La sfida non l’ha intrapresa contro la natura, ma contro se stesso, per migliorarsi, per capire i propri limiti umani e imparare a conoscersi a fondo: «Il nostro corpo è come una Ferrari, che noi usiamo al minimo delle sue possibilità; una gara come quella in Alaska permette di portare il proprio fisico ai suoi limiti e usarlo al 98%».
Parlando ancora della sua fisicità, uomo magro e altissimo, ci racconta sorridendo che, per una persona della sua corporatura, affrontare questo percorso a piedi è come essere «un ballerino di 150 kg che sogna di ballare alla Scala. Tutti direbbero che è impossibile, eppure il ballerino riesce a salire sul palco e a portare a termine in modo egregio la sua danza». Infatti, questo atleta ce l’ha fatta e non una volta sola! «La preparazione atletica è molto importante» ma aggiunge anche «È per il 20% una questione fisica e per l’80% una questione mentale». La mente umana, il proprio io interiore, sono questi gli ostacoli maggiori che lo sportivo di Monticelli ha dovuto affrontare e superare, molto più del freddo, della fatica o degli animali. «L’Alaska ti chiede tanto, lì ho sùbito quasi uno sdoppiamento di personalità» continua a raccontare quella che è stata una grande difficolta «mi sgridavo e mi accusavo» e aggiunge «la paura più grossa è stata di me stesso». Sorride un po’ imbarazzato «a raccontarla qui uno ti prende per pazzo».
Forse affrontare una fatica così immensa, da soli e in condizioni meteorologiche estreme (la temperatura in quella terra si aggira attorno ai -25°, -30° di media), fa scattare il pensiero superficiale di una follia o di un colpo di testa, ma se prendiamo in considerazione i nostri ritmi frenetici, il nostro vivere sempre concentrati sul passato o proiettati sul futuro, senza vivere mai l’attimo presente, questo pensiero ci dovrebbe dissuadere dal ritenere folle chi, invece, ha raccolto tutte le proprie forze, la propria volontà, ha sfidato i propri limiti, si è guardato dentro ed è cresciuto, e ha potuto godere di panorami naturali da levare il fiato. «Lo dico sempre, andando in Alaska trovi il meglio dei due mondi, da un lato l’adrenalina della gara, dall’altro la pace interiore di paesaggi meravigliosi (…) il lato sportivo e il lato interiore».
Quando Marco racconta dell’Aurora Boreale, si capisce che ha visto uno spettacolo che da solo lo ripaga di ogni fatica affrontata, la sua emozione è evidente e ti coinvolge: «Dal tuo racconto partirei domani», gli confido.
«Devi farlo» mi incoraggia «può sembrare una cosa enorme, ma quando sei lì le risorse dentro di te le trovi».
Mi racconta un detto indiano «Quando l’allievo è pronto, allora il maestro si presenta: l’Alaska è stato il mio maestro e ora è la mia amante, non passa giorno che non ci pensi, lo dico sempre anche a mia moglie» ride.
«La vera difficoltà», mi rivela Marco, «è quella di tornare alla normalità, perché si ritorna a vivere in una superficialità che ti appare ormai insensata. In Alaska vivi nel presente in modo totale».
Infine tiene a precisare che nella sua impresa lui è «solo la punta dell’iceberg», senza le persone che lo amano, che lo pensano, che si preoccupano mentre lui è in viaggio, Marco Berni non sarebbe mai riuscito a concludere con successo i suoi percorsi. «La serenità a casa è indispensabile, una volta ho fatto il percorso, mentre un mio amico combatteva nel letto una battaglia molto più difficile della mia in Alaska, quell’anno non ho finito il percorso».
Concludiamo con le sfide future, gli piacerebbe partecipare alla sua sesta gara nel 2013 “Ma vediamo…” sospira Marco, dalla mia spero di poter raccontare anche la prossima avventura.

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