Venerdì 15 Dicembre 2017
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Pubblicato il 06 febbraio 2013 da Marco Berni 0

Marco Berni: Il trionfo della natura

dall’intervista di Angelo Noger uscita su “La Voce Del Popolo” del 15 maggio 2009

Marco partecipa alla gestione familiare di un ristorante nel centro di Brescia. Ma la sua grande passione, la sua ‘amante’, è l’Alaska, un nome che nell’immaginario pubblico è associato a luoghi perennemente innevati e lontani, segnati solo dall’avventura.
Marco, come ci si può innamorare dell’Alaska?
Amo da sempre la montagna. E da sempre mi piace l’avventura. Fin da piccolo ho seguito mio papà sui monti, ho fatto sci e alpinismo. Per me la vita all’aria aperta è un’esigenza vitale, oserei dire la mia droga. La camminata in montagna nel fine settimana, la passeggiata nei boschi alla sera fanno parte delle mie abitudini irrinunciabili. Tutto questo mi ha portato a conoscere Roberto Ghidoni e, attraverso lui, ho conosciuto la Iditarod. Ghidoni ha partecipato a varie edizioni della gara, sia nella versione breve che in quella lunga, stabilendo anche dei record. La cosa mi ha affascinato da subito, ho raccolto un po’ di informazioni, ma siccome non è una scelta che puoi improvvisare, mi ci sono voluti due o tre anni per metabolizzare il tutto. Nel 2003 ho deciso e l’armo seguente ho affrontato il percorso breve, perché per partecipare a quello lungo è indispensabile portare a termine almeno una volta quello breve.
Come ti sei addestrato?
Mi sono rivolto a un preparatore atletico e mi sono allenato. Durante i fine settimana ho fatto allenamenti anche di dieci ore. Tieni comunque presente che in gare di questo genere la prestanza fisica conta per il 30/40 per cento. Il resto è tutto testa.
E la tua dove l’hai preparata?
Nei 25 anni di Verde Menta (il ristorante di famiglia – ndr).
Spiegaci i meccanismi ‘burocratici’ dell’avventura.
Si può partecipare alla gara in tre categorie diverse: a piedi, in bicicletta, con gli sci. Naturalmente io ho sempre partecipato a piedi. Ci si iscrive. Il numero massimo di partecipanti è fissato a 50. Quest’anno siamo partiti in 50, fra cui 7 italiani.
C’è una quota di iscrizione?
Bisogna versare mille dollari, in cambio di un po’ di assistenza nei primi 500 km. Devi provvedere personalmente a spedire nei villaggi lungo il percorso i pacchi per i viveri. Poi bisogna tener conto del viaggio aereo e del mancato guadagno per quaranta giorni di assenza dal lavoro.
Magari qualcuno immagina che con un’impresa del genere si possano ottenere dei premi, invece ci sono dei costi non indifferenti. Hai fatto la breve, la nord e la sud. Che differenza c’è?
Sulla breve non ci sono grandi ostacoli se si esclude il Rainy Pass, un passo collocato in una gola con rapidi cambiamenti climatici e forti bufere di vento. Quanto ai due percorsi lunghi, quello sud che ho fatto quest’anno è certamente più impegnativo perché attraversa territori più montuosi e le tappe tra un punto di rifornimento e l’altro sono più lunghe. Fra l’altro bisogna risalire il fiume Yukon per 220 km. Che vuol dire camminare in leggera salita, controcorrente, sul ghiaccio, con i venti che soffiano da nord a sud e quindi li hai in faccia. Non per nulla quest’anno siamo arrivati solo in due al traguardo di Nome, l’americano Hewitt, che mi ha preceduto, e il sottoscritto.
Cammini da solo o in compagnia?
Si parte insieme, ma ci si stacca presto perché ognuno ha il suo passo. C’è chi decide di viaggiare in coppia. Personalmente ho sempre preferito andare da solo. Anche quest’anno dopo 7/8 miglia ero già solo e da solo sono rimasto fino al traguardo. Ho incontrato, di solito per pochi attimi, qualche compagno di avventura ai checkpoint dei primi 500 km.
Quanti sono i punti riferimento e cosa vi trovi?
Sul percorso lungo sono una ventina e all’ufficio postale trovi i pacchi che hai spedito dall’Italia. Se arrivi in orario in cui gli uffici sono chiusi, riparti senza il pacco. Ma in genere sono villaggi molto piccoli che sanno quando arrivi e ti fanno trovare il pacco. E comunque ci sono degli spacci, tipo vecchio Far West, dove puoi rifornirti e riposare. Si può avere ospitalità presso le scuole dei villaggi perché sono centri di incontro delle comunità e sono solitamente aperti anche la sera.
Quanto è durata la tua avventura quest’anno?
Sono partito dal lago ghiacciato di Knik il 1° marzo e sono arrivato a Nome il 1° aprile dopo una camminata di 30 giorni e 12 ore.
Hai dovuto affrontare molte difficoltà?
E’ una faticaccia, ma è andato tutto liscio, anche se mi sono trovato in situazioni di grande difficoltà e anche di pericolo, a causa delle intemperie. È caduta molta neve e ho dovuto fare più di mille chilometri con le ciaspole ai piedi per la neve fresca, il che non è il massimo dovendo trainare una slitta di 20/25 chili. I momenti più duri sono sempre legati al maltempo.
Come sei stato accolto nei villaggi?
Molto bene. Anche nelle famiglie, oltre che nelle scuole. Sono sempre pronti ad aprirti le porte. Sei un pellegrino e ti danno calore, cibo e simpatia. In quei momenti ti rendi conto che le cose essenziali nella vita sono poche. Il piacere di abbracciare un uomo, vedere la luce di un villaggio che si avvicina dopo 3/4 giorni che sei in giro sbattuto dal vento e dal freddo, ti fa piangere.
Comunicavi con i tuoi familiari?
Quando arrivavo nei villaggi, nelle scuole. A volte passavano anche 6/7 giorni fra un contatto e l’altro perché c’erano dei tratti in cui non era possibile farlo. Per scelta non porto il telefono satellitare perché preferisco essere molto concentrato sul percorso. So che devo stare solo e non voglio subire pressioni dall’esterno. So che sono solo e devo fare leva sulle mie forze perché nessuno mi può aiutare. Non avendo vie di scampo, si sta molto più attenti.
Lungo il percorso non hai mai avuto la tentaziene di tornare a casa?
Quando fai fatica, anche se stai andando in Maddalena, ti può sempre assalire il pensiero della serie “chi me l’ha fatto fare”. Ma se sai che si tratta di fatiche di cui gioirai quando sarai a casa allora riesci a scavalcare gli ostacoli più duri. Durante il cammino pensi “mai più”; quando arrivi al traguardo invece “magari l’anno prossimo ritento”. Certo, per fare una fatica così grande devi essere motivato. Adesso non ho motivazioni per tornare. L’anno prossimo certamente non andrò. Ma non dico “mai più”, perché per me l’Alaska è come un’amante. Ci penso ogni giorno, sono innamorato di quei luoghi che mi hanno dato tanto anche a livello umano.
È un’esperienza che incide nella vita di tutti i giorni?
Sicuramente sì. Per me la parte più dura di tutto il viaggio è il rientro. Quando torni trovi tutto ‘banale’, tutto superfluo, dentro una realtà superficiale. Mi è molto difficile tornare alla normalità. Te l’ho detto, l’Alaska è la mia amante.
Tua moglie non è gelosa?
No, perché sa che è lontana… Anche lei ama molto la natura e quindi mi capisce. Io ho bisogno di misurarmi con me stesso, di cercare i miei limiti. In realtà non so bene cosa vado a cercare. Se mi interrogo a fondo sulle motivazioni che mi spingono là, ogni giorno ne scopro una nuova. Sono tante piccole motivazioni, non ce n’è una sola e grande.
Prova a dirne qualcuna.
Stare in mezzo alla natura un mese. La prima volta che sono andato mi domandavo se sarei stato capace di stare da solo, se ero in grado di vincere le paure ataviche del buio, del lupo. Alla fine mi sono reso conto che la natura è sincera, nel senso che il lupo fa il lupo, il vento fa il vento, il freddo fa il freddo. Un lupo non si camuffa da agnello. Nella nostra società invece abbiamo a che fare con una interminabile serie di maschere.
Per fare quello che hai fatto tu bisogna avere doti straordinarie?
No, sono una persona normale. Tutti siamo in grado di affrontare certe imprese, basta provarci. Nella vita magari pensiamo di non essere in grado di superare certi dolori e invece quando il problema arriva, tiriamo fuori tutto quello che abbiamo dentro per andare avanti.
Possiamo crearci la nostra Alaska?
Quando faccio delle serate lo ripeto spesso: l’avventura non è fare 10mila km di aereo per farne 1800 a piedi. L’avventura l’abbiamo qui fuori casa, basta prendere lo zaino e il sacco a pelo e puoi stare via giorni interi, sulle nostre piccole montagne.
Cosa rappresenta per te la natura?
Per me è una dimensione del sacro. Non sono praticante, ma anche di fronte a un panorama del Gugliemo o del lago d’Iseo avverto un richiamo che va oltre la sensibilità dei miei occhi.

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