Lunedì 25 Settembre 2017
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Pubblicato il 06 febbraio 2013 da Marco Berni 0

Io, Marco e l’Alaska

Intervista a Marco Berni di Simone Brogioni, pubblicata su “Spirito Trail” di Gennaio 2011

Marco ha il volto scavato, le spalle larghe e una statura che gli impone di chinarsi quando, con il suo tono di voce basso e carismatico, mi racconta quasi con pudore le sue imprese in Alaska. “Iditarod”, un nome che raccoglie fascino e mistero, una cavalcata sul ghiaccio che ha reso celebri le imprese di Roberto Ghidoni, grazie al quale Marco Berni ha maturato la scelta di provarci. “Ascoltando i racconti di Roberto ho deciso di andare in Alaska. Ho raccolto più informazioni possibili ma siccome non è una scelta che puoi improvvisare, mi ci sono voluti tre anni per metabolizzare il tutto”. Tre anni durante i quali Marco ha iniziato a correre, coadiuvato dal dottor Marco Rosa del Centro Marathon; tre anni di duri allenamenti? No, tutt’altro: “La corsa o la camminata nei boschi la sera è un elemento per me molto importante per concludere la giornata come desidero, quindi si può dire che mi alleno quasi tutti i giorni. Ma senza l’assillo di dover uscire per allenarmi, solo per il piacere personale di stare all’aria aperta. Geograficamente sono molto agevolato perché appena fuori casa ho sentieri che in poco tempo mi permettono di arrivare a quota 2000 metri. Quando mi preparo per l’Alaska il mio impegno è invece più rigoroso: durante i fine settimana faccio uscite che durano molte ore, come partire il sabato mattina da casa mia, vicino a Brescia, e arrivare via montagne in Trentino a trovare i miei genitori”.
Il concetto di “lunghissimo” viene stravolto parlando con Marco. E non è solo un fattore fisico: in gare di questo genere il corpo conta il 30%, il resto è tutta testa. “Il camminare solo per giorni e giorni, distanti centinaia di chilometri da anima viva, non puoi prepararlo solo con duri allenamenti. Probabilmente la mia storia in Alaska era scritta molto tempo prima che io decidessi di andare. Come dice un mio amico: se la strada ha un cuore, allora è quella giusta; e io ho seguito il mio cuore”.

Il Grande Amore


L’Alaska, un amore talmente grande da conquistarti per tutta la vita, come e più di una donna. “Pensavo ci si potesse innamorare solo di una persona e invece io mi sono innamorato di quei posti: per me l’Alaska è come un’amante. Se tu la sfidi lei non ti fa passare, non puoi prenderla di petto, è una donna, le devi parlare; e solo allora, se entri in sintonia con lei, puoi avere un buon rapporto. Ci penso ogni giorno, sono innamorato di quei luoghi che mi hanno chiesto tanto ma dato anche tanto. Per fortuna mia moglie non è gelosa, anche lei ama molto la natura e quindi mi capisce. L’Alaska mi ha dato la possibilità di vivere una incredibile esperienza: là è un mondo meraviglioso anche quando sei nei momenti critici, e ne ho passati tanti, vedi una natura da toglierti il fiato, sei solo con te stesso e tutto quello che vedi è solo per te; allo stesso tempo c’è l’adrenalina del pericolo. E’ il meglio dei due mondi: pace interiore ed eccitazione”.
Ma perché affrontare questa sofferenza, questi rischi, questa fatica difficilmente quantificabile?
“Perché ho bisogno di misurami con me stesso, di cercare i miei limiti. In realtà non so bene cosa vado a cercare. Se mi interrogo a fondo sulle motivazioni che mi spingono là, ogni giorno ne scopro una nuova. Sono tante piccole motivazioni, non ce n’è una sola e grande”.

L’Io e l’Es


“Tutte le volte che vedo delle mie immagini in Alaska non riesco a vedere me stesso, ma vedo un’altra persona che per assurdo invidio per quello che è riuscito a fare, e mi riprometto che se dovessi incontrarlo gli stringo la mano”. Forse la fatica, forse la sofferenza hanno provocato spesso a Marco una sorta di conflitto interiore, quasi uno sdoppiamento della personalità che fa rabbrividire solo a sentirlo raccontare. “Ho avuto parecchi conflitti con me stesso e con l’altra persona che tutti noi abbiamo in corpo. Gli sciamani insegnano che per arrivare ad avere visioni e scavare nel tua mente devi passare anche per la privazione del sonno. Nel 2009 ho avuto paura di me stesso in molte occasioni perché facevo delle vere e proprie discussioni da solo: una notte in piena bufera non ero più in grado di trovare il sentiero, le mani mi si erano congelate ed ero quindi molto limitato nei movimenti; non riuscivo neanche a sganciarmi il traino delta slitta per poter recuperare indumenti più pesanti. Ero angosciato, e nella mia testa c’erano solo le parole di mia moglie: vedi di tornarmi tutto intero. Poi di colpo il mio alter ego che dice: qui come al solito devo fare tutto io per uscire da questa bufera! E lì, seduto nella neve e scosso dalla voce mia, ma non mia, ho cominciato a roteare le mani per riattivarne la circolazione. Sensazioni simili a queste ne ho avute parecchie: litigi tra me e “l’altro io” su quando e cosa mangiare, oppure quella volta che per un pomeriggio intero ho tentato di superare la mia ombra; il bello è che subito me ne rendevo conto, ma altrettanto rapidamente riprendevo il mio tentativo di sorpasso”.
Esperienze forti, di difficile comprensione per chi legge queste parole senza avere la fortuna di guardare Marco negli occhi, quasi per farsi rassicurare che sì… va tutto bene. E dopo la lotta interiore anche i miraggi. Perché il deserto non è solo quello caldo e sabbioso, ma anche quello bianco e gelido.
“Nel 2006, per parecchi giorni ho continuato a vedere la figura del mio amico Roberto sul percorso. Mi spronava ad essere veloce a eseguire certe manovre per evitare di congelarmi, o ad usare poca legna per accendere la stufa in un bivacco. Ma la cosa strana è stata che, una volta tornato a casa, parlando con Roberto mi disse che molte volte mi aveva incitato e mi pensava lungo il sentiero. A me piace credere che la sua voce mi sia arrivata davvero in quei momenti”.

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