Lunedì 25 Settembre 2017
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Pubblicato il 06 dicembre 2012 da Marco Berni 0

Alaska 2009: il sogno è realtà

Dal periodo Adamello 105 – 1° semestre del 2009

 

Come dicono gli Indiani Atabaska: “quando si viaggia la nostra anima ci segue alla velocità di quando andiamo a piedi, e quando voliamo o andiamo in auto la nostra anima rimane nella polvere. Per consentire all’anima di raggiungerci dobbiamo ammazzare il tempo”.
In questi ultimi 5 anni, con le mie fughe d’amore in Alaska (si avete capito bene: fughe d’amore, perché ritengo l’Alaska la mia amante!) ho permesso alla mia anima di viaggiare con me, e questo non è poco.

Luglio 1977 ore 11 del mattino, vallone del Materot: “Marco stai attento e metti i piedi dove li metto io“. “Beppe“, urla mio padre all’amico poco sopra, “tieni tesa la corda e recupera piano piano Marco”…
Marzo 2009  ore 3.30 del mattino, passo Little Mc Kinley, Alaska: “Marco, stai attento a non perdere la flebile traccia davanti a te altrimenti sono cavoli tuoi, io ti ho avvertito“. Questa volta la voce non e’ quella di mio padre, ma arriva dall’altra persona che vive in ognuno di noi e molte volte rema contro.
Trentadue anni di distanza e paesi distanti diecimila chilometri l’uno dall’altro, ma con un unico comun denominatore: la voglia di avventura fin da piccolo.

L’Iditarod

L’Iditarod è una gara di 1770 km attraverso l’Alaska, un mondo meraviglioso anche quando sei allo stremo delle forze: aurore boreali, paesaggi mozzafiato, impronte di lupi che ti seguono, a qualche centinaio di chilometri lontano da tutto. Ma allo stesso tempo c’è l’adrenalina perché stai gareggiando: è il meglio dei due mondi, pace interiore ed eccitazione.

Ci siamo, dopo quasi 20 ore di viaggio l’aereo atterra sulla pista ghiacciata di Anchorage, sono passati due anni: Alaska mi sei mancata!
Solo quando le ruote dell’aereo toccano il suolo riesco a staccare completamente il pensiero da tutto ciò che ho lasciato in Italia.

Sì, in questa gara tu sei il giocatore che finalizza il gioco, il resto della squadra è rimasta a casa . Di conseguenza la tranquillità e la forza che ti viene trasmessa è fondamentale per superare le difficoltà: se a casa tutto va bene, l’energia positiva che ti arriva ti dona una marcia in più.
Ne è la prova lampante quando nel 2007 un mio carissimo amico stava combattendo una battaglia contro un male incurabile ed io ero in Alaska, ma solo con il corpo. La mia mente e la mia anima non mi avevano seguito, erano rimaste vicino a Sisco con il risultato che tutto quello che facevo mi sembrava essere di una banalità sconcertante. Tutto mi pesava, il vento, la neve, il freddo e l’Alaska in inverno non perdona persone che l’affrontano solo con il fisico.

La mia esperienza del 2009

Quest’anno tutto sembra andare per il verso giusto, i duri allenamenti che si sono susseguiti per l’intero anno sembrano aver dato buoni frutti e mi trovo alla partenza con buone sensazioni e, come si dice, con la gamba bella tonda.
Primo Marzo 2009, tutto è pronto e questa volta non posso sbagliare; dopo il via la tensione accumulata prima della gara svanisce di colpo e in un attimo mi ritrovo da solo a camminare in mezzo ad un fitto bosco di abeti e betulle: che bella sensazione ritrovare dopo due anni gli alberi che tante volte mi hanno protetto dal vento gelido.
La slitta che traino è sempre molto pesante, ma preferisco avere sempre tutto il necessario per affrontare ogni tipo di emergenza. Questa mia esigenza si traduce però in 20/25 kg di peso attaccati ai miei poveri 68 kg di corpo: non è sempre un’esperienza piacevole, e come se non bastasse, in 5 anni mi sono reso conto che il territorio dell’Alaska non è certo tutta pianura.

Mi ci vogliono 7 giorni e 9 ore per coprire i 560 chilometri che mi separano dal traguardo intermedio di McGrath, non senza difficoltà: come in Italia, anche in Alaska ci sono state nevicate abbondanti, e quindi non ho praticamente mai potuto togliere le ciaspole. Il famoso Rainy Pass mi ha dato filo da torcere, tanto da obbligarmi a fare un bivacco di emergenza e trascorrere parte della notte in un buco nella neve per scappare ad una tempesta veramente forte.

Dopo McGrath,  il gioco si restringe a soli 4 concorrenti, 3 americani, di cui  2 a piedi  uno in bicicletta e io. I restanti 1300 chilometri che mi separano da Nome sono per me un pellegrinaggio. Le famiglie che incontro nei villaggi sono sempre pronte ad aprirti la porta di casa a qualsiasi ora del  giorno e della notte, per darmi cibo, calore e simpatia. In quei momenti ti rendi  conto che le cose essenziali nella vita sono poche: il piacere di abbracciare un uomo, vedere la luce di un villaggio dopo 3/4 giorni che cammini sbattuto dal vento e dal freddo, ti fa piangere.
L’arrivo in un villaggio è per me una gioia immensa, perché oltre alla possibilità di riposare e mangiare posso comunicare con la mia famiglia in Italia. A volte passavano anche 6/7 giorni fra un contatto e l’altro, perché ci sono dei tratti in cui non è possibile farlo. Per scelta non porto il telefono satellitare, preferisco essere completamente concentrato sul percorso.
So che devo stare solo e non voglio subire pressioni dall’esterno, devo fare leva solo sulle mie forze perché nessuno mi può aiutare: non avendo vie di scampo si sta molto più attenti.
La fatica e la stanchezza giocano brutti scherzi, e anche se stai facendo una passeggiata dietro casa, il pensiero “chi me l’ha fatto fare” è sempre in agguato. Vi lascio immaginare quante volte mi è passato per la mente in Alaska; ma se sai che si tratta di fatiche di cui gioirai quando sarai a casa, allora riesci a superare gli ostacoli più duri.

Le mie Motivazioni

Durante il mio avvicinamento al traguardo pensavo “mai più una faticaccia del genere”, infatti ho lasciato parte della mia attrezzatura sotto l’arco d’arrivo a Nome per non essere tentato dal ripetere l’impresa. Tuttavia, qualche giorno dopo l’arrivo, ho cominciato a cambiare idea, e pensavo “magari fra qualche anno…”.
Certo per fare una fatica così grande  devi essere molto motivato, adesso non lo sono, e l’anno prossimo certamente non sarò al nastro di partenza.
Ma non riesco a dire “mai più”, perché per me l’Alaska è come un’amante, ci penso ogni giorno.

Ho bisogno di misurarmi con me stesso, di cercare i miei limiti, anche se in realtà non so bene cosa vado a cercare. Se mi interrogo a fondo sulle motivazioni che mi spingono là, ogni giorno ne scopro una nuova.
La prima volta che sono andato mi domandavo se sarei stato capace di stare da solo, se ero in grado di vincere le paure ataviche del buio e anche  del lupo; alla fine mi sono reso conto che la natura è sincera, nel senso che il lupo fa il lupo, il vento fa il vento, il  freddo fa il freddo. Nella nostra società tutti portano una maschera e quindi molte volte ti trovi a dover affrontare un lupo travestito da agnello e il gioco diventa sleale.

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